Un luogo dove celebrarti.
Uno spazio sicuro in cui mostrarsi con verità.
Una casa dove essere accolti incondizionatamente.
Un luogo dove celebrarti.
Uno spazio sicuro in cui mostrarsi con verità.
Una casa dove essere accolti incondizionatamente.
Un nome antico per raccontare un’idea contemporanea di libertà, appartenenza e ritorno alla relazione.
Prima ancora di decidere che avrei aperto uno spazio che fosse la casa delle mie attività e passioni, ho fatto dei sogni a occhi chiusi e aperti rispetto a quello che volevo lasciare sulla terra con il mio passaggio.
Mi sono impegnata e dedicata a tante cause nella mia vita e sentivo che era giunto il momento di creare qualcosa che potesse servire la mia comunità o meglio, che mi aiutasse a crearne una.
Non avevo le idee molto chiare sul nome che avrebbe avuto questo spazio e l’illuminazione è arrivata leggendo un articolo di Stella Porta, autrice che porta una lettura della storia con una lente informata anche sulle culture mutuali.
Nel 2350 a.C., il re Urukagina salì al potere nella città-stato sumera di Lagash, trovando una società segnata da una profonda corruzione istituzionale. Gli esattori confiscavano barche ai pescatori, i funzionari requisivano animali, e i sacerdoti imponevano tasse su ogni rito religioso, persino sulle sepolture: chi non poteva pagare lasciava i propri morti senza i riti necessari.
Alla base di tutto c’era il debito, che poteva ridurre intere famiglie alla schiavitù, separandole dalla loro terra e dalla loro comunità.
Urukagina intervenne con una riforma radicale: abolì i debiti, liberò gli schiavi, limitò le tasse sacerdotali ed esentò vedove e orfani. L’assiriologo Samuel Noah Kramer ha definito queste misure il primo movimento di riforma sociale documentato nella storia umana.
Gli scribi chiamarono questo atto di liberazione ama-gi, termine che indica il ritorno alla libertà e all’ordine giusto.
La parola è composta in modo semplice:
ama significa “madre”,
gi significa “ritornare”, “restaurare”, “rimettere a posto”.
Insieme: “ritorno alla madre”.
Una civiltà fondata sull’ama-gi riconosce che gli esseri umani non sono individui isolati, ma parte di una rete vivente di relazioni; quando questa appartenenza viene spezzata — dal debito, dalla guerra o da sistemi che consumano invece di rigenerare — nasce un vuoto profondo che oggi chiamiamo alienazione, ansia o depressione, non come fallimenti personali ma come sintomi collettivi di una società costruita sull’idea che separazione significhi libertà. Ama-gi indica un’altra direzione: il bisogno di legame e di origine non è debolezza, ma il vero cammino verso la libertà. La libertà come ritorno all’origine piuttosto che come allontanamento da essa.
Con il corpo, con le proprie radici, con la terra. Ama-gi nasce come uno spazio in cui il ritorno alla relazione può diventare una pratica concreta.
Ama-gi suggerisce che la fame di appartenenza non è debolezza. Che il desiderio di origine non è regressione. Che la spinta verso la Madre, verso la fonte, verso il filo della relazione che ci tiene, non è qualcosa da superare nel cammino verso la libertà. Esso è il sentiero.
Le conseguenze del dimenticare questo sono scritte ovunque: nelle guerre che non si fermano, nell’accaparramento che passa per economia, nella terra trattata come qualcosa da consumare piuttosto che da coltivare. E nella cultura che scambia l’isolamento per la libertà e chiama il dolore per la connessione un fallimento dell’autosufficienza.
Ama-gi nomina qualcosa di diverso.
Indica il ripristino della giusta relazione.
Con il tuo corpo e ciò che porta.
Con la tua stirpe e ciò che ricorda.
Con la terra che ti fonda e le stagioni che ti governano, che tu le riconosca o no.
Questa è una pratica.
Ama-gi è la casa per tutti coloro che vorranno stare in uno spazio sicuro e semplicemente appoggiarsi a terra, o anche per chi avrà voglia di esplorare il corpo e la sua innata intelligenza.
Con il passare degli anni, sviluppando la mia pratica dello yoga, ho sentito necessario dare sempre più spazio a un’esplorazione del movimento che non è finalizzato a uno scopo e che più che una ricerca assomiglia a una riscoperta.
Questo modo di ascoltare, di lasciare spazio a un movimento biologico e fisiologico non è qualcosa che va aggiunto alla pratica, va invece riconosciuto.
La pratica allora può diventare un momento in cui non si deve imparare qualcosa di nuovo, ma in cui si creano le condizioni perché la consapevolezza possa naturalmente essere acquisita.
Per conoscere la programmazione e i costi scrivi a
Mail: amagi.treviglio@gmail.com
Whatsapp: 375 7791287